Istrian style

Rovigno è uno dei miei luoghi del cuore. Di quelli dove mi sento a casa e dove non riesco a non andare almeno una volta l’anno. E allora eccomi qui, per l’immancabile cena al Rio bar 🙂 altro posto del cuore. Un risto-bar moderno dove la tradizione istriana viene riadattata ai gusti e alle esigenze del mangiare contemporaneo. E poi c’è l’accoglienza e l’ospitalità di Gigi, autentico oste-ristoratore, attento, empatico e ironico con il suo inconfondibile dialetto italo-istriano. Una garanzia. Deliziose le ostriche di Limski Kanal, così come le capesante e i canestrelli gratinati e i gamberoni alla griglia, davvero ottimi i plukanzi (pasta tipica istriana fatta in casa) con capesante e canestrelli. Da bere Malvasia ovviamente 🙂 e si conclude il pasto con un bicchiere di Terranino (liquore di Terrano), insieme al semifreddo alla nocciola. Una sosta imperdibile per chi viene a Rovigno, un posto unico, pieno di storia, fascino, romanticismo e anche molto glamour: da quest’anno c’è anche il Grand Park Hotel  per un soggiorno super-lusso.

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Una cenetta Aromatica

Proprio nel quartier generale della Trastevere branchée, a un passo da piazza San Cosimato e dal Cinema America, tra i tanti nuovi locali di qualità aperti, ecco un altro posto che vi raccomandiamo caldamente: Aromaticus, stessa insegna di via Urbana, ma molto più accogliente. Un bistrò dall’animo “green” che potreste trovare a Parigi come a Malmö e invece sta proprio qui 🙂 Si mangia tra piantine aromatiche, attrezzi per chi ama l’orto e libri di gastronomia, con una corte interna davvero piacevole, scegliendo tra piatti più o meno vegani, con un hummus bar e una selezione di burgers e burritos.  Noi abbiamo provato: il gazpacho, l’hummus con melanzane speziate, il baccalà croccante, un burrito falafel, un sashimi di baccalà, il tataki di manzo (in barba ai vegani) un ottimo sgombro e per dessert un chia pudding, un banana bread e una cheesecake di anacardi. E’ stato divertente e abbiamo mangiato bene, spendendo poco e assaggiando qualche sapore inusuale. Speriamo aprano presto anche a pranzo!

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Cocktail bar con super-vista Colosseo

Non è la solita terrazza romana e neppure il solito giardino. The Court  il cocktail bar di Palazzo Manfredi è una sorta di salotto en plein air che dà sul cosiddetto “Ludus Magnus”, la grande palestra della Roma Imperiale, con uno scorcio ineguagliabile sul Colosseo. Di fronte ai divani e alle sedute c’è lo straordinario bancone a specchio, tra i più belli mai visti, nelle mani di Matteo Zed, tra i più bravi bartender in circolazione. Noi abbiamo apprezzato anche la verve e lo stile femminile 🙂 Anche se sembra che abbiamo solo bevuto, in realtà abbiamo anche mangiato i deliziosi appetizer firmati da Giuseppe Di Iorio, lo chef del ristorante, che si occupa anche della linea finger food del cocktail bar. L’atmosfera poi è immaginifica, spettacolare al tramonto, più intima la sera. Un antidepressivo naturale.

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Jacopa!

Siamo di nuovo a Roma, per l’esattezza a Trastevere, che è diventato uno dei quartieri più gourmand della capitale, a dispetto di quanti ancora lo dipingono con toni folkloristici. Ci siamo diretti da Jacopa una recente apertura nel lato più riservato del rione. Un ristorante che si trova all’interno dell’Hotel San Francesco ma che gode di vita propria, con una saletta luminosa, dagli interni vintage. All’ultimo piano c’è una terrazza panoramica dove viene servito l’aperitivo, che non abbiamo provato, ma che ci ripromettiamo di provare, data la fama degli addetti ai cocktail. La nostra cena al ristorante è stata davvero sorprendente. In cucina ci sono due giovani e bravissimi cuochi, che vantano trascorsi al Pagliaccio e che noi avevamo già incontrato da Secondo Tradizione: Jacopo Ricci e Piero Drago, che propongono piatti pensati, concepiti con grande rigore tecnico, divertenti e molto godibili. Come le gustose capesante con vitello e salvia, i deliziosi spaghettini con borragine e cannolicchi, gli ottimi ravioli ripieni di lumache con lattuga e parmigiano (geniale l’abbinamento concettuale tra lumache e lattuga). Vale il viaggio l’agnello con cicoria, accompagnato da una ciotola con grano e coratella: difficile dire se mi è piaciuto più l’agnello per consistenza e gusto o il grano con la coratella, mantecato con il cervello dell’agnello! Molto azzeccato infine il dolce: cioccolato bianco, lamponi e aceto. Il servizio è un po’ acerbo, ma volenteroso, la proposta enologica ristretta, ma interessante: solo vini naturali. Il rapporto prezzo/soddisfazione molto alto: c’è un menu degustazione di 5 portate a 50 euro!

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Super-Essenza

Finalmente a Terracina! Da Essenza, il nuovo ristorante di Simone Nardoni. Pochi chilometri da Pontinia: eppure siamo in un’altra dimensione. Bellissimo il locale, dal design contemporaneo, con tanto legno e comode sedute, luci soffuse la sera, ma anche arioso, proiettato verso il lungomare, con un piacevole dehors per la bella stagione. Ci siamo subito sentiti a nostro agio: l’accoglienza è sorridente e garbata, il servizio, coordinato da Ilary Mandatari, attento e preciso dall’inizio alla fine. Deliziosa la sommelière che ci ha seguiti, preparata, appassionata e paziente. Nardoni in cucina è diventato più maturo e consapevole, dimostrando grande versatilità nel proporre piatti concettuali accanto a grandi classici, con una notevole padronanza delle materie prime e delle diverse tecniche di preparazione. Bravo! Ogni piatto sembra avere una sua storia e un suo significato. Con la gustosa seppia nera con “caldo freddo” di piselli abbiamo colto la citazione di se stesso 🙂 “Scoglio” ci ha sorpresi: una stratificazione di entità marine, con la mousse di riccio di mare su una tartare di gambero rosso, su una spugna al nero di seppia e sesamo nero, con alghe e “sabbia”. Indimenticabile lo strepitoso risotto con datterini gialli, frutto della passione, rosmarino e cannolicchi, il mio piatto preferito. Eccellenti i tortelli ripieni di razza con consommé di granchio e angostura. Autentico colpo di grazia con “tutto il piccione”, davvero tutto un piccione per noi: un saggio della bravura dello chef, un piacere estremo per noi! Si conclude la cena con dei dolci freschi e aromatici. Un’esperienza davvero fantastica, peraltro a prezzi molto abbordabili (degustazione a 35, 50 e 65 euro; alla carta sui 50), per quella che ormai ci sembra essere diventata una tavola di riferimento dell’alta ristorazione nazionale.

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Elogio della lentezza

Come difenderci dallo stress? Regalandoci ogni tanto qualche fuga dalla città, dirigendoci verso luoghi accoglienti dai ritmi rallentati. Proprio come la Sala della Comitissa a Civita Castellana. Un luogo affascinante all’interno di uno storico palazzo nobiliare (dove volendo ci si può fermare anche a dormire), con due sale su due livelli, una bellissima corte fiorita e una cantina visitabile e vivibile per degustazioni e aperitivi. Appena varcata la soglia si capisce subito di essere in un posto unico. Il proprietario, Maurizio Filippi, che cura l’accoglienza, la sala e la cantina con professionalità ma anche con uno stile molto personale, ci accompagna in un viaggio davvero seducente, dove il percorso gustativo è personalizzato. La scelta dei piatti veicola la selezione dei vini, proposti al bicchiere, con una grande presenza di piccole produzioni e vini estremi. La cucina di Edi Dottori è golosa e divertente, solare e sexy. Deliziosa la tartare di daino marinato con ravanelli addolciti allo sciroppo di sambuco e radicchio. Sorprendente la lingua di vitello bollita e scottata con crudo di mazzancolle, salsa verde e frutti di bosco. Ipergoloso il risotto carnaroli vecchio clone alla carbonara con l’aringa. Ottimi i tortelli al ripieno di squacquerello, con crema di piselli, salsiccia secca e pomodoro disidratato. Sublime il bue marezzato a lunga frollatura (macellazione del 6 dicembre 2018) appena scottato, con erbe spontanee della terra e del mare: un omaggio alla bellezza della carne. Si chiude con ottimi dolci: un cremoso di frutto della passione con frolla croccante, fragole e profumi e una pannacotta ai cereali con le diverse consistenze dei frutti di bosco. Una meta imperdibile. Unica avvertenza: rilassatevi e scordatevi dell’orologio!

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Alta cucina contadina

Viterbo è una bellissima città, in un territorio ricco di storia e cultura, in cui vale sempre la pena rifugiarsi almeno per un fine settimana. Specialmente sapendo di trovare il ristorante di Danilo Ciavattini, un bravo chef che conosciamo e apprezziamo da anni. Di quelli che lavorano seriamente, senza indugiare in autocompiacimenti narcisisti. Il locale è semplice ed essenziale, con arredi moderni all’interno di architetture storiche. Si viene accolti bene, da un personale giovane e sorridente, a tratti un po’ ingenuo, ma non ci dispiace. Tutta la cucina di Ciavattini parla del suo amore per la sua terra, della campagna e del mondo contadino, in modo schietto e coinvolgente. Maledettamente buona la “patata interrata”, un saggio di questo territorio. Golosa la terrina di fagiano caramellata con insalata di asparagi, deliziosi i lombrichelli alla viterbese con pomodori affumicati, guanciale e fiore di finocchio, così come gli agnolotti di salame cotto Stefanoni con chiodini bruciati e gocce di lenticchie di Onano. Da non perdere le animelle di vitella con crema di “scafata” e schiuma di patate. Si chiude con ottimi dolci, come la terra spaccata con panna gelificata, gelato al caramello e crosta al gusto di liquirizia e la chibouste alle nocciole con gelato al cacao. Ci sono due menu degustazione: il tradizionale a 35 euro e il “creativo” a 65 euro, ma alla carta non si va oltre i 50 euro. Molto raccomandabile.

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