Nizza mon amour

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Un weekend a Nizza per ritrovarsi o per perdersi definitivamente, fate voi. In questo momento della mia vita è la mia città ideale. La sua luce è incredibile: Matisse si era trasferito a Nizza proprio per la sua luce e anche io ci sto pensando. Il buonumore vi assale: l’Italia è lontanissima eppure a due passi. Camminare all’infinito per la Promenade des Anglais guardando un po’ il cielo, un po’ il mare e poi i palazzi… non desidero altro. Nizza è una sintesi geniale di grandeur francese e fascinazione mediterranea. Anche a tavola. Trovate la panissa e la socca, identica alla farinata ligure, la focaccia e la bouillabaisse…

Qui siamo al Comptoir du Marché, delizioso e vivacissimo bistrot nella città vecchia, l’ennesimo locale firmato Armand Crespo, artefice di più di un ristorante di successo, una garanzia assoluta. Ideale per un piatto e un bicchier di vino a pranzo, come ho fatto io con il mio rognon à la plancha, e poi foie gras a volontà 🙂 e per dessert una golosa Pavlova maison e un’insolita millefoglie.

Mentre la sera uno dei locali più branché di Nizza è Peixes, un’altra creatura di Crespo. Un posto incredibile: una sorta di bar con pochi tavoli, un bancone e un dehors dove va in scena una cucina di pesce di altissimo livello. Qui non si prenota: si arriva e ci si mette in fila oppure si torna il giorno dopo, come abbiamo fatto noi, perché vale davvero la pena aspettare. Oltre al menu, ci sono i piatti del giorno: come la tartare de gambas, la migliore della mia vita. E poi il pesce del giorno, un’orata con spuma di cocco, salsa Tom Yum e spaghetti di verdure: semplicemente deliziosa, e pesce San Pietro con puré di broccoli, molluschi e zeste di limone confit. Davvero antidepressivo, come dicono i critici di le Fooding. Da non perdere poi la Pavlova con chantilly al gorgonzola, pazzesca e la crème brulée alla banana. Si lascia il locale a malincuore per le belle vibrazioni provate, l’accoglienza sorridente, il servizio performante e gioioso, la cucina eccellente, il buon vino e l’ottimo rapporto qualità prezzo.

 

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Pennestrizzata

Finalmente un locale moderno dove si trova una grande cucina romana reinterpretata secondo le esigenze del mangiare e del vivere contemporanei, senza però tradire le radici. Si tratta di Trattoria Pennestri, trattoria nella più nobile accezione, con un servizio e una cucina da ristorante, una buona cultura enologica e un’atmosfera accogliente e confortevole, con una colonna sonora ineccepibile: oltre alla scelta musicale azzeccata, abbiamo apprezzato i lacerti di conversazioni che spaziavano dal teatro all’egittologia (a quando una guida sulla clientela dei ristoranti?). Dal coté menu: la coratella con scorza di limone e ricotta salata con il suo gusto intenso e aromatico, le note fresche che sorprendono e stemperano le note selvatiche della coratella, mi ha letteralmente conquistata. Molto buono il bollito con la giardiniera di verdure e il rafano. Deliziosa la pasta e fagioli, ricca e golosa, con un piacevole sentore di affumicato. Un’esperienza tra il catartico e il mistico mangiare i rigatoni con la pajata, peraltro strepitosa, mentre Edith Piaf canta Je ne regrette rien. Abbiamo concluso il pranzo con il fegato di maiale in rete con cicoria e cachi. Senza dolce. Tanto torneremo presto.

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Piccolo é bello e buono

 

Certi posti ti conquistano, contro ogni previsione e senza una ragione precisa. Barred è uno di questi. Non è di certo un ristorante, né un bistrot, piuttosto una sorta di bar con cucina: piccolo, disadorno, spartano, eppure non privo di charme. Merito forse dello smagliante sorriso con cui si viene accolti da uno dei due fratelli Palucci (uno, quello dello smagliante sorriso, si occupa della sala, l’altro sta in cucina), dell’atmosfera, un mix molto riuscito di autenticità romana e allure internazionale, dell’informalità garbata, sicuramente della proposta gastronomica che ci ha definitivamente sedotti. Una cucina fatta di materie prime di grande qualità, trattate con sapienza, con piatti apparentemente semplici, con pochi ingredienti, ricchi di sapore e un abile utilizzo delle verdure. Il menu è corto ed è prevista la possibilità di scegliere un percorso di degustazione articolato in “tapas”, in realtà dei piatti veri e propri, giusto un po’ ridotti per dimensioni. Noi abbiamo scelto le 5 “tapas” a 35 euro (!), nello specifico: il goloso hummus di ceci con nocciole e scarola, il delizioso ciauscolo con zucca e cicoria selvatica, e poi i tre primi piatti in menu, i maltagliati con stracotto di vitello e provola affumicata (eccezionali), gli agnolotti con pollo alla cacciatora, olive e rosmarino, e gli ottimi gnocchetti di patate con salsiccia, zafferano e semi di papavero. Buonissimi anche i dolci e molto interessante la proposta enologica, con una ricerca esperta e appassionata di vini naturali. Anche se via Cesena non dovesse essere sotto casa non lasciatevelo scappare!

 

 

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Acc come Acciuga

Stavolta non voglio soprassedere. Voglio parlarvi dello strano effetto in me prodotto alla prova dei fatti, cioè dopo aver mangiato in un ristorante, per l’esattezza da Acciuga dopo averne letto a profusione su svariati blog/siti/giornalionline/chiamatelicomevipare, diversissimi fra loro eppure tutti concordi nel tessere le lodi del ristorante di cui sopra e del rispettivo chef proprietario Federico Delmonte. Invece a me è successo proprio di restare delusa dall’esperienza fatta. Il bellissimo design del tale architetto mi è sembrato siderale e freddo era anche l’ambiente nel senso che era proprio non riscaldato. Il fatto di trovare il ristorante praticamente vuoto di sabato a pranzo mi ha lasciato perplessa. E peraltro, la domanda sorge spontanea: essendo vuoti (solo due tavoli da due, più un cane non mangiante) perché non offrire un servizio più performante e meno stentato? La stessa domanda potrebbe valere anche per la cucina. Abbiamo optato per un menu a 45 euro dove si possono scegliere antipasto, primo, secondo e dolce.

 

E così abbiamo iniziato con la polenta con il sugo di pesce e parmigiano, più che un antipasto un piatto unico, eccessivamente abbondante e dal gusto poco centrato, poi mazzancolle su letto di patate, buone le mazzancolle, meno la salsa che non aggiungeva niente al piatto. Abbiamo proseguito con i passatelli con sugo di murici (lumache di mare): il sugo ci è piaciuto, perplessità invece sull’uso dei passatelli con quel sugo, chissà come sarebbe stato con degli spaghetti al dente? Buono il baccalà al bbq così come le sarde a scottadito, servite in modo esageratamente spartano. Delusione totale per i dolci: un cremino al limone, genziana, liquirizia e aceto balsamico, un tripudio di amarezza, ma cosa abbiamo fatto di male? Ma non eravamo al dolce? E poi una crema al caffè così così. Insomma un pranzo piuttosto deludente se si considerano le alte aspettative generate dalle lodi di cui sopra, con qualche buon risultato, buone materie prime certo, ma la sensazione è che non ci sia un progetto di ristorazione definito e che più di un piatto sia da mettere a punto. Peccato.

 

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Io, il Marchese e la carbonara

Un po’ osteria, un po’ amaro bar, nel senso di cocktail bar specializzato negli amari con una carta che annovera più di 500 etichette, tutte italiane, il Marchese è un locale molto divertente, dove si beve e si mangia bene. Elegante e d’atmosfera la sera, dove ci siamo fermati per un drink al bancone a sorseggiare un Olympia, delizioso cocktail che richiama l’amante francese del Marchese del Grillo (Il Marchese del nome evoca proprio quel marchese lì), luminoso e goloso di giorno, dove ci siamo fermati a mangiare i piatti dedicati alla tradizione romana, preferendo sederci nel lato “nobile”, tra velluti e boiserie, anziché nel lato osteria. E abbiamo fatto bene, perché il contrasto tra l’allure parigina del design e la veracità tutta romana del menu funziona. Così abbiamo fatto la scarpetta nei sughi di amatriciana, carbonara e di coda, abbiamo provato la carbonara del Marchese, eccellente, i ravioli ripieni di coda alla vaccinara con sugo di coda, ultrabuoni, e il succulento pollo con i peperoni. E siamo rimasti contenti. Il servizio è sorridente e volenteroso, con qualche lentezza a tratti, ma niente di grave. Il posto è molto bello e la posizione strategica, siamo a via di Ripetta, almeno per noi sempre inclini a preferire il centro storico a Pigneto o a Pietralata. Siamo fatti così: indolenti e amanti del bello, proprio come il marchese 😉

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E-Zia-ndio!

Ehilà! Sono tornata! E voglio condividere con voi l’emozione di una cena di qualche giorno fa da Zia Restaurant, ristorante di recente apertura nella bellissima via Goffredo Mameli, quel lato di Trastevere lineare e geometrico che talvolta fa pensare più a Parigi che a Roma e che a noi piace tanto. Lo straniamento, a dire il vero, persiste una volta entrati nel locale: uno spazio dall’allure nord europea, dal décor minimalista e dai toni scuri, dove il deficit di illuminazione generale si contrappone all’improvvisa e improvvida luminosità dei punti luce sui tavoli. Niente di grave, giusto un piccolo choc per i nostri occhi già assuefatti alla penombra. Dal menu capiamo subito che qui siamo nel posto giusto. E ci abbandoniamo ai suggerimenti e alle cure del bravissimo e sagace maitre che ci orienta verso il menu degustazione: cinque piatti a 45 euro, incredibile ma vero! La qualità della cucina è molto elevata, più di quello che ci aspettavamo. Sapevamo che lo chef, nonché proprietario, oltre a chiamarsi Antonio Ziantoni, nome cacofonico ma indimenticabile, aveva lavorato da Anthony Genovese e questo ci sembrava già abbastanza. Eppure siamo rimasti senza parole. Perché Ziantoni ha uno stile molto personale che ci ha conquistati. Sorprendente Ostrica e ostrica: l’ostrica di mare accanto a quella di pollo (proprio così!).

Ma il piatto che ci ha aperto il cuore è stato l’insalata di maiale: sapido ma elegante, lieve e consistente, solido e liquido, un piatto complessissimo eppure immediato. Molto buoni anche gli spaghetti con ragù di quaglia e gelato di pistacchio e la lingua di vitello con funghi e zabaione. Meno convincente il dolce: risolatte con ciliegie e aglio nero, decisamente poco dolce. Personalmente trovo che l’innovazione in fatto di dessert non possa prescindere dalla natura stessa del dessert che è dolce. In altre parole: sì a più Francia e a meno Scandinavia nel piatto! Comunque l’insalata di maiale vale il viaggio 🙂 e oltre alla cucina si può godere di un servizio professionale, ma spigliato, in grado di calibrare toni e battute a seconda dei clienti, unito allo stile e alla grazia della deliziosa compagna dello chef. Vi consiglio di affrettarvi prima che le quotazioni salgano troppo!

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Tutti a Pontinia!

Da insignificante città dell’Agro Pontino, peraltro non bagnata dal mare (anche se Sabaudia dista solo 12 km e Terracina 22), a inaspettata meta gastronomica, Pontinia, dall’inequivocabile urbanistica tipica del razionalismo fascista, annovera ben due ristoranti che valgono il viaggio. Di uno, Essenza, abbiamo già parlato in passato e speriamo di tornare presto a visitarlo, oggi invece vi parliamo di Materiaprima locale ultra moderno nell’architettura esterna e nel design interno, che si staglia sulla via e sulla piazza che ha di fronte (da cui si scorge il Museo dell’Agro Pontino), creando un contrasto inaspettato con il paesaggio urbano. Lo spaesamento continua all’interno, circondati da arredi minimal che ti aspetteresti in qualche urbanissima metropoli internazionale, divertiti e conquistati da una sequela infinita di bocconi deliziosi e coreografici, serviti come aperitivo. Una degustazione di cucina in miniatura che lo chef offre ai suoi commensali. Un saggio e un assaggio della bravura di Fabio Verrelli.

Poi si fa sul serio. Ed ecco arrivare lo strepitoso battuto d’oca con gamberi rossi e wasabi, servito in un “osso primordiale”, poi il cal’amaro con mandorle, chinotto e cicorie selvatiche, tutto costruito sulle diverse sfumature di amaro che le mandorle contrastano appena, il seducente tonno con cannellone di porro e primizie, i tortelli di Piennolo con ragù di Chianina e pepi, semplicemente favolosi, infine l’impeccabile piccione con ristretto di cacciatora e rapa. E poi i dolci, golosi e giocosi, in linea con i piatti. Noi abbiamo scelto il menu degustazione a 45 euro, 5 portate a discrezione dello chef, in realtà molto di più, perché c’è l’aperitivo e il dolce, anzi i dolci inclusi. Dunque il rapporto soddisfazione/qualità è inarrivabile. Grande cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità e notevole conoscenza enologica, espressa con gioia e spontaneità dall’avvenente sommelière Sara Checchelani, l’altra metà del ristorante. Insomma un viaggio, una deviazione, una tappa, quello che volete, da Materiaprima a Pontinia, è decisamente raccomandato, parola di Gourmette!

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