Cenare al Bunker :)

Tra i nuovi locali più interessanti a Roma, di sicuro c’è il Bunker Kitchen Club, non so se sia il nome più azzeccato che si possa scegliere ad un ristorante, però la cucina di Nicholas Amici, che ha avuto trascorsi in diversi ristoranti internazionali, colpisce, diverte e resta impressa. Il Bunker in realtà non è un vero bunker, piuttosto uno spazio dal look “dark” e “underground” con arredi essenziali in ferro e legno. Tavoli nudi, luci dirette sui piatti, comode e ampie sedute. Una volta a tavola, la raccomandazione è: non perdete troppo tempo a leggere il menu (che non è diviso per antipasti, primi, etc, e presenta molti ingredienti d’altrove) ma seguite le suggestioni dello chef e lasciatevi andare. Sarà una cena molto divertente, parola di Gourmette 😉 Noi abbiamo provato: “Cono? tre gusti grazie”, coda, crema al wasabi, cioccolato, “Eat & suck”, gamberi rossi, zenzero, aïoli alla menta, gustosissimo, “Fish & Chicks”, ricciola, pelle di pollo, leche de tigre e pomodoro bruciato, non per tutti, “Parigi-Bangkok con scalo a Madrid”, ovvero ostrica, galanga, curry rosso, mela e sesamo nero, un modo geniale di valorizzare le caratteristiche organolettiche dell’ostrica. Abbiamo proseguito con uno stra-goloso cannellone di coda con besciamella allo zafferano, totanetti (ebbene sì e ci stavano tremendamente bene), crema di funghi di stagione ed erbe aromatiche e poi con “Sangue & Brace”: Angus, porro e carciofi alla brace, semplicemente delizioso, servito con degli altrettanto deliziosi panini cinesi fritti. Infine il dessert: una sorta di brownies con caramello e salsa di soia, strano ma buono. Insomma, un’esperienza da fare assolutamente, se avete voglia di assaggiare qualcosa che solletichi un po’ le vostre papille gustative, ormai un po’ appiattite sulle solite carbonare… con gli stessi prezzi dei locali dove trovate le solite carbonare.

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Trattoria molto beat

Ovvero Scabeat al Mercato Centrale di Roma, a ridosso della stazione Termini. Ve lo raccontiamo a una certa distanza dall’inaugurazione e dai flash, in assenza di Davide Scabin, una cena di un giorno come un altro. Appena entrati, una scritta rosa al neon impressa sul vetro della cucina a vista recita: “il futuro è ciò che ci siamo dimenticati”. Una sorta di epigrafe postmoderna che sintetizza l’idea che c’è dietro a questa proposta gastronomica. Idea semplice, semplicissima direi. Niente cucina creativa, in menu ci sono piatti della tradizione piemontese e laziale, “cucina piemontesca” la definisce lo chef nei molti proclami pubblicitari, più qualche altro piatto di altre latitudini, vedi il polpo alla Luciana. Si viene accolti in modo gentile e serviti a ritmi serrati: i viaggiatori non hanno molto tempo, che vadano a prendere il treno o si muovano per andare all’aeroporto. Tuttavia non manca cura e garbo: bravi davvero. Anche alla prova del gusto restiamo soddisfatti. Buona l’insalata russa con le uova di trota, così come il cipollone cotto in forno sulla brace con salsa d’acciuga. I primi e i secondi piatti sono molto abbondanti e vengono serviti direttamente dalla pentola: una porzione vale doppio 🙂 Noi abbiamo assaggiato una filologica minestra di broccoli in brodo d’arzilla e un notevole bollito di musetto di Fassona con patate cotte alla brace, emulsione d’olio extravergine al peperoncino e salsa verde. Abbiamo terminato con un goloso bonet. Siamo stati bene, malgrado i rumori e gli odori provenienti dal piano inferiore del Mercato Centrale (non si potrebbero mettere delle vetrate che isolino l’area ristorante?), abbiamo anche bevuto bene. A prezzi veramente bassi. E questa è la cosa più rivoluzionaria di Scabeat: i prezzi!

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Super-Trattoria

Ed eccoci di nuovo in missione. Agente Gourmette: presente! Qui siamo da Santo Palato a pranzo. Trattoria all’ennesima potenza nel look e nella vocazione, più sofisticata nella proposta che si basa sulla tradizione romana, trascendendola con stile e grinta, grazie alla cuoca, la giovane e tosta Sarah Cicolini. Si va dalla ormai “classica” terrina di lingua e coda di bue con verdure di stagione e salsa verde al prezzemolo, giusto un filo di acidità di troppo, alla stragolosa polpetta di coda alla vaccinara su crema di arachidi al levistico e polvere di cacao. Superbuoni gli spaghettoni alla carbonara: una porzione si può anche condividere, come abbiamo fatto noi (in foto la mia metà!). Si prosegue con un piatto sexy: il pannicolo! Taglio di carne bovina che corrisponde al diaframma, con cavolo verza alla brace, geniale accostamento per cromatismi e consistenze, un piatto che non si dimentica. Si chiude con un altro classico del posto: la brioche con strabordante crema chantilly. Abbiamo fatto il pieno di endorfine 🙂 missione compiuta!

 

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Turbo Carbonara!

La domanda che mi sono fatta dopo appena cinque minuti che ero seduta da Luciano Cucina Italiana è stata: ma perché non ci sono venuta prima? Non saprei dare una risposta netta, un po’ di indolenza, un filo di pregiudizio, la voglia di non seguire la corrente… insomma anche io ho le mie debolezze e faccio i miei errori, lo ammetto. Sì, perché questo locale, un po’ pop e un po’ chic, contemporaneo eppure tradizionale mi ha conquistata, malgrado il chiasso della folla festeggiante. Luciano Monosilio è stato geniale, perché ha costruito un menu perfetto: semplice, con tutti i piatti più buoni della tradizione italiana, fatti a regola d’arte. Dal cibo di strada, come i supplì, ai classici, come il vitello tonnato o la cotoletta alla milanese, più qualche piatto un filo creativo, come l’ottimo carpaccio di agnello e l’insalata di peperoni con le sarde. Posto d’onore in menù spetta alla pasta, che viene proposta in più varianti: dalle paste ripiene (qui c’è anche il laboratorio e la rivendita) ai primi di tradizione romana, tra cui spicca la celeberrima carbonara, vero e proprio piatto “signature” dello chef, sicuramente la migliore di Roma, alle “paste contemporanee” come i deliziosi gnocchi di patate e topinambur. Ottimi anche i dolci, sia il tiramisù, sia il millefoglie. Il servizio è ultra performante, la sala va a mille e anche la cucina, a locale pieno, senza che lo chef sia presente. Un grande esempio di ristorazione. Chapeau!

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Viva le uova!

Dopo un paio di giorni di influenza, per festeggiare la salute ritrovata, abbiamo deciso di andare da Eggs, in barba al colesterolo! Eh sì, perché in questa moderna osteria, informale ma molto concettuale, l’uovo è il protagonista di un lungo, lunghissimo, a tratti dispersivo menu che lo propone in molteplici varianti dall’antipasto al dolce. Più che una dichiarazione di intenti, una sfida estrema, che punta a stupire gli avventori. Senza riuscirci però, almeno nel nostro caso. Infatti dopo il consigliabile “gioco del croccante”, un mix goloso di fritti, dal filetto di baccalà al tuorlo fritto, passando per i deliziosi ravioli fritti (la cosa migliore del pranzo), siamo passati alla carbonara a cui viene dedicata una pagina intera di menu. Abbiamo provato la classica e quella con baccalà e peperoni cruschi: preparazioni corrette, senza grandi emozioni. Quello che mi perplime e non poco è la scelta di servire la pasta, peraltro solo mezze maniche (e gli spaghetti dove sono finiti? Ode agli spaghetti!), dentro le verrine anzichè le scodelle! Ma come si fa? La pasta dentro ai bicchieri? Mica siamo a Milano. Qui la pasta è sacra. E poi stiamo parlando di carbonara! La spiegazione della cameriera che sostiene essere una scelta studiata per mantenere il calore della pasta non ci convince. In compenso ci consoliamo con uno zabaione molto tradizionale e con un meno tradizionale Carbodolce, spaghetti (qui sì) di mela con zabaione, uvetta bagnata nel rum con mandorle e pepe.

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Io e Antibes: una storia d’amore…

Ho sognato spesso un luogo straordinario, dove sentirmi in armonia con l’universo conosciuto e sconosciuto. Antibes è quel luogo. E volendo essere generosa, ho deciso di condividere con voi qualche indirizzo prezioso. Si deve partire dal cuore, dall’anima: la vieille ville dove la città è nata. Un borgo marinaro circondato da bastioni del XVI secolo, dove convivono i pescatori e gli artisti, gli atelier d’arte e i caffé, le boutique di specialità provenzali e le bancarelle del mercato. Perdersi tra le stradine del centro è una delle cose più sensate da fare, tanto tutte le strade portano a cours Masséna e al mercato, vivacissimo eppure curato. Ci trovate i migliori prodotti gastronomici della zona, ma anche le tipiche borse di paglia provenzali (di tutte le forme e dimensioni: irrinunciabili e perfette in ogni occasione). Il sabato la piazzetta accanto al mercato si trasforma in brocantage, con tanti pezzi di arredo, bigiotteria e libri usati. Si possono trovare cose interessanti e libri che hanno una storia di vita. Non potete fare cosa migliore che sedervi a mangiare da Winenot, micro bar sul lato destro del mercato. Cosa c’è di meglio di un plateau di ostriche con un bicchiere di Muscadet? Un plateau di ostriche con un bicchiere di Muscadet e un piatto di foie gras maison. Ovvio. E dopo si va alla Gravette per un tuffo dove l’acqua è più blu. Un sorbetto da Chao Benji che fa sorbetti di frutta completamente naturali con la frutta lavorata su una plancha ghiacciata. Geniale! A cena vi consiglio Le Zinc sempre al lato del mercato: da qui passano tutti, dai vicini anche solo per un bicchiere, agli habitué ai turisti che si mettono in coda per provare l’ottima entrecote maturée, effettivamente da provare, confermo, o i deliziosi moscardini con chorizo. E poi c’è la simpatica accoglienza di monsieur Philippe Langlois, a cui non sfugge niente (gli basta guardare con l’angolo dell’occhio) e che ti fa sentire che sei proprio nel posto giusto. Un altro posto irrinunciabile è Côté Terroir, un delizioso piccolo locale con una bella veranda, dove si muove una coppia affiatata e performante, lui, Thibaud Brillon, ex chef de partie nella brigata di Yannick Alléno, nella minuscola cucina, lei, Christelle Giry, elegante e radiosa, in sala. Gusterete una cucina molto interessante che armonizza il salato e il dolce con risultati sorprendenti. Il menu cambia continuamente, ma se vi capita dovete provare il morbido di capra con verdure dell’orto, un piatto vegetariano strepitoso. Poi ovviamente i dolci: lui è Champion de France du dessert! Riguardo invece il capitolo spiagge, dicevamo La Gravette, adorabile, e solo per i duri la declinazione selvaggia con i ciottoli e il mare aperto. Poi, molto bella e confortevole (c’è anche la spiaggia per i disabili) la plage de la Salis: passano persino a pulire il mare dai rifiuti con un battello apposito. E stiamo parlando di spiagge libere! Juan-les-Pins invece ricorda molto le spiagge di Cannes e Nizza: vialoni con le palme, grandi palazzi, grandi spazi, bello ma più artificioso. Quello che è certo è che ad Antibes le spiagge libere sono molto più belle di quelle private. Una cosa impensabile per noi italiani che siamo abituati a dover pagare in certi casi persino la doccia nello stabilimento! Dimenticavo. Non mancate di andare al Museo Picasso, un pezzo della vita e della storia artistica del Maestro, che ad Antibes fu accolto con amore. Infine per le appassionate dello shopping, la segnalazione di un atelier di bijoux in argento e pietre, l’Atelier Karina Badih. Per portarsi a casa un bel ricordo…

 

 

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Istrian style

Rovigno è uno dei miei luoghi del cuore. Di quelli dove mi sento a casa e dove non riesco a non andare almeno una volta l’anno. E allora eccomi qui, per l’immancabile cena al Rio bar 🙂 altro posto del cuore. Un risto-bar moderno dove la tradizione istriana viene riadattata ai gusti e alle esigenze del mangiare contemporaneo. E poi c’è l’accoglienza e l’ospitalità di Gigi, autentico oste-ristoratore, attento, empatico e ironico con il suo inconfondibile dialetto italo-istriano. Una garanzia. Deliziose le ostriche di Limski Kanal, così come le capesante e i canestrelli gratinati e i gamberoni alla griglia, davvero ottimi i plukanzi (pasta tipica istriana fatta in casa) con capesante e canestrelli. Da bere Malvasia ovviamente 🙂 e si conclude il pasto con un bicchiere di Terranino (liquore di Terrano), insieme al semifreddo alla nocciola. Una sosta imperdibile per chi viene a Rovigno, un posto unico, pieno di storia, fascino, romanticismo e anche molto glamour: da quest’anno c’è anche il Grand Park Hotel  per un soggiorno super-lusso.

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