Acc come Acciuga

Stavolta non voglio soprassedere. Voglio parlarvi dello strano effetto in me prodotto alla prova dei fatti, cioè dopo aver mangiato in un ristorante, per l’esattezza da Acciuga dopo averne letto a profusione su svariati blog/siti/giornalionline/chiamatelicomevipare, diversissimi fra loro eppure tutti concordi nel tessere le lodi del ristorante di cui sopra e del rispettivo chef proprietario Federico Delmonte. Invece a me è successo proprio di restare delusa dall’esperienza fatta. Il bellissimo design del tale architetto mi è sembrato siderale e freddo era anche l’ambiente nel senso che era proprio non riscaldato. Il fatto di trovare il ristorante praticamente vuoto di sabato a pranzo mi ha lasciato perplessa. E peraltro, la domanda sorge spontanea: essendo vuoti (solo due tavoli da due, più un cane non mangiante) perché non offrire un servizio più performante e meno stentato? La stessa domanda potrebbe valere anche per la cucina. Abbiamo optato per un menu a 45 euro dove si possono scegliere antipasto, primo, secondo e dolce.

 

E così abbiamo iniziato con la polenta con il sugo di pesce e parmigiano, più che un antipasto un piatto unico, eccessivamente abbondante e dal gusto poco centrato, poi mazzancolle su letto di patate, buone le mazzancolle, meno la salsa che non aggiungeva niente al piatto. Abbiamo proseguito con i passatelli con sugo di murici (lumache di mare): il sugo ci è piaciuto, perplessità invece sull’uso dei passatelli con quel sugo, chissà come sarebbe stato con degli spaghetti al dente? Buono il baccalà al bbq così come le sarde a scottadito, servite in modo esageratamente spartano. Delusione totale per i dolci: un cremino al limone, genziana, liquirizia e aceto balsamico, un tripudio di amarezza, ma cosa abbiamo fatto di male? Ma non eravamo al dolce? E poi una crema al caffè così così. Insomma un pranzo piuttosto deludente se si considerano le alte aspettative generate dalle lodi di cui sopra, con qualche buon risultato, buone materie prime certo, ma la sensazione è che non ci sia un progetto di ristorazione definito e che più di un piatto sia da mettere a punto. Peccato.

 

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Io, il Marchese e la carbonara

Un po’ osteria, un po’ amaro bar, nel senso di cocktail bar specializzato negli amari con una carta che annovera più di 500 etichette, tutte italiane, il Marchese è un locale molto divertente, dove si beve e si mangia bene. Elegante e d’atmosfera la sera, dove ci siamo fermati per un drink al bancone a sorseggiare un Olympia, delizioso cocktail che richiama l’amante francese del Marchese del Grillo (Il Marchese del nome evoca proprio quel marchese lì), luminoso e goloso di giorno, dove ci siamo fermati a mangiare i piatti dedicati alla tradizione romana, preferendo sederci nel lato “nobile”, tra velluti e boiserie, anziché nel lato osteria. E abbiamo fatto bene, perché il contrasto tra l’allure parigina del design e la veracità tutta romana del menu funziona. Così abbiamo fatto la scarpetta nei sughi di amatriciana, carbonara e di coda, abbiamo provato la carbonara del Marchese, eccellente, i ravioli ripieni di coda alla vaccinara con sugo di coda, ultrabuoni, e il succulento pollo con i peperoni. E siamo rimasti contenti. Il servizio è sorridente e volenteroso, con qualche lentezza a tratti, ma niente di grave. Il posto è molto bello e la posizione strategica, siamo a via di Ripetta, almeno per noi sempre inclini a preferire il centro storico a Pigneto o a Pietralata. Siamo fatti così: indolenti e amanti del bello, proprio come il marchese 😉

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E-Zia-ndio!

Ehilà! Sono tornata! E voglio condividere con voi l’emozione di una cena di qualche giorno fa da Zia Restaurant, ristorante di recente apertura nella bellissima via Goffredo Mameli, quel lato di Trastevere lineare e geometrico che talvolta fa pensare più a Parigi che a Roma e che a noi piace tanto. Lo straniamento, a dire il vero, persiste una volta entrati nel locale: uno spazio dall’allure nord europea, dal décor minimalista e dai toni scuri, dove il deficit di illuminazione generale si contrappone all’improvvisa e improvvida luminosità dei punti luce sui tavoli. Niente di grave, giusto un piccolo choc per i nostri occhi già assuefatti alla penombra. Dal menu capiamo subito che qui siamo nel posto giusto. E ci abbandoniamo ai suggerimenti e alle cure del bravissimo e sagace maitre che ci orienta verso il menu degustazione: cinque piatti a 45 euro, incredibile ma vero! La qualità della cucina è molto elevata, più di quello che ci aspettavamo. Sapevamo che lo chef, nonché proprietario, oltre a chiamarsi Antonio Ziantoni, nome cacofonico ma indimenticabile, aveva lavorato da Anthony Genovese e questo ci sembrava già abbastanza. Eppure siamo rimasti senza parole. Perché Ziantoni ha uno stile molto personale che ci ha conquistati. Sorprendente Ostrica e ostrica: l’ostrica di mare accanto a quella di pollo (proprio così!).

Ma il piatto che ci ha aperto il cuore è stato l’insalata di maiale: sapido ma elegante, lieve e consistente, solido e liquido, un piatto complessissimo eppure immediato. Molto buoni anche gli spaghetti con ragù di quaglia e gelato di pistacchio e la lingua di vitello con funghi e zabaione. Meno convincente il dolce: risolatte con ciliegie e aglio nero, decisamente poco dolce. Personalmente trovo che l’innovazione in fatto di dessert non possa prescindere dalla natura stessa del dessert che è dolce. In altre parole: sì a più Francia e a meno Scandinavia nel piatto! Comunque l’insalata di maiale vale il viaggio 🙂 e oltre alla cucina si può godere di un servizio professionale, ma spigliato, in grado di calibrare toni e battute a seconda dei clienti, unito allo stile e alla grazia della deliziosa compagna dello chef. Vi consiglio di affrettarvi prima che le quotazioni salgano troppo!

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Tutti a Pontinia!

Da insignificante città dell’Agro Pontino, peraltro non bagnata dal mare (anche se Sabaudia dista solo 12 km e Terracina 22), a inaspettata meta gastronomica, Pontinia, dall’inequivocabile urbanistica tipica del razionalismo fascista, annovera ben due ristoranti che valgono il viaggio. Di uno, Essenza, abbiamo già parlato in passato e speriamo di tornare presto a visitarlo, oggi invece vi parliamo di Materiaprima locale ultra moderno nell’architettura esterna e nel design interno, che si staglia sulla via e sulla piazza che ha di fronte (da cui si scorge il Museo dell’Agro Pontino), creando un contrasto inaspettato con il paesaggio urbano. Lo spaesamento continua all’interno, circondati da arredi minimal che ti aspetteresti in qualche urbanissima metropoli internazionale, divertiti e conquistati da una sequela infinita di bocconi deliziosi e coreografici, serviti come aperitivo. Una degustazione di cucina in miniatura che lo chef offre ai suoi commensali. Un saggio e un assaggio della bravura di Fabio Verrelli.

Poi si fa sul serio. Ed ecco arrivare lo strepitoso battuto d’oca con gamberi rossi e wasabi, servito in un “osso primordiale”, poi il cal’amaro con mandorle, chinotto e cicorie selvatiche, tutto costruito sulle diverse sfumature di amaro che le mandorle contrastano appena, il seducente tonno con cannellone di porro e primizie, i tortelli di Piennolo con ragù di Chianina e pepi, semplicemente favolosi, infine l’impeccabile piccione con ristretto di cacciatora e rapa. E poi i dolci, golosi e giocosi, in linea con i piatti. Noi abbiamo scelto il menu degustazione a 45 euro, 5 portate a discrezione dello chef, in realtà molto di più, perché c’è l’aperitivo e il dolce, anzi i dolci inclusi. Dunque il rapporto soddisfazione/qualità è inarrivabile. Grande cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità e notevole conoscenza enologica, espressa con gioia e spontaneità dall’avvenente sommelière Sara Checchelani, l’altra metà del ristorante. Insomma un viaggio, una deviazione, una tappa, quello che volete, da Materiaprima a Pontinia, è decisamente raccomandato, parola di Gourmette!

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La Cina è vi_cina :)

Parla romano ed è sicuramente la novità più interessante dell’anno in città. Si tratta di Cu_cina food roots, ristorante fusion di alta cucina italiana e cinese. Impossibile non innamorarsi di questo locale, di questa cucina e delle giovani donne che ne sono protagoniste. Uno spazio di design essenziale in uno degli angoli più belli di Roma, tra Palazzo del Grillo e la Torre delle Milizie, tra i Mercati di Traiano e i Fori Imperiali. Un locale concettuale dove sala e cucina si confondono e si fondono: è più che show cooking, qui ci si sente parte della scena, pur mantenendo il proprio raggio d’azione. Unica pecca la mancata o insufficiente insonorizzazione che favorisce un certo rumore di fondo. Molto efficiente, nonché aggraziato e garbato il servizio, tutto al femminile. Anche la cucina è dominata dalle femmine: la cheffa è la giovanissima Stella Shi, formatasi all’Alma, con successive esperienze in ristoranti importanti internazionali e nazionali. Si vede e si sente. La sua cucina è davvero straordinaria: si viene coinvolti in un incontro di aromi, sapori, consistenze che sorprende a ogni boccone. Come per gli asparagi di Bassano con cioccolato bianco Valrhona e curry: incredibili per l’aromaticità e la sua persistenza lunghissima. Ottimo il nasello caramellato con rafano e coriandolo. Divertenti i tagliolini di riso con orecchie di maiale, germogli di soia e limone. Grandioso il riso Acquerello con uovo centenario, lumachine di mare e lampascioni, un saggio della bravura di questa Cheffa!

Di una bontà assoluta l’astice con essenza di corallo e germogli di loto. Indimenticabile. E poi i dolci, messi a punto, guarda un po’, da una cheffa patissière 🙂 Per noi Upside down: cioccolato fondente 70%, cremoso al caramello, crema leggera alla nocciola, gelé al mango e Missi Muri: cocco e lime, gelatina al passion fruit, croccante al cioccolato bianco e biscuit al cocco. Golosi e avvolgenti eppure freschi e leggeri, come si conviene all’alta pasticceria contemporanea di scuola francese. La proposta enologica è breve ma ricercata e consente dei validi abbinamenti. C’è un menu degustazione a 60 euro, studiato per conoscere lo stile di cucina della cheffa. E insomma, che aspettate?

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Cucina radicale condivisa

Riusciranno i nostri eroi a convincerci a rinunciare a un tavolo tout court per arrampicarci sugli sgabelli e mangiare a un tavolo sociale, di iper-design beninteso, ma pur sempre un tavolo da condividere con degli sconosciuti, che non solo ascolteranno qualche brandello dei vostri discorsi, ma vi obbligheranno vostro malgrado anche a sentire i loro?!? Succede da Retrobottega a Roma, un ristorante decisamente non convenzionale, dove tutto sembra studiato per esaltare la liturgia della cucina, intesa come atto del cucinare. Infatti i tavoli sociali sono attaccati alla cucina che si snoda per lunghezza su un lato del locale. I commensali sono spettatori, quelli posizionati più vicino alla cucina possono eventualmente scambiare qualche parola con il cucinante, quelli più lontani scambiare al limite un’occhiata. In sala c’è anche uno chef disponibile a consigli e delucidazioni sui piatti. Superato l’imbarazzo iniziale, anche per via di un po’ d’alcol, e dopo esserci rassegnati al fatto che siamo circondati da coppie etero e omo che stanno per scoppiare (in entrambi i casi un elemento della coppia aveva scelto il locale senza dire all’altro che avrebbero mangiato gomito a gomito con perfetti sconosciuti), superata anche la prova cassetto (posate e tovagliolo sono posizionati dentro un cassetto posto sotto al tavolo, più bello a vedersi che pratico all’uso), eccoci pronti alla prova del gusto!

 

Scegliamo il menu degustazione libero e sottolineo libero a 50 euro, che vi consigliamo vivamente per ottimo rapporto prezzo/soddisfazione. Iniziamo con gamberi e radicchio che ribattezzerei radicchio e gamberi visto che il gusto del radicchio dominava in modo totale quello dei gamberi, peccato, l’idea di mettere i gamberi nascosti dentro al radicchio l’ho trovata bella però. Davvero stra-buono invece rigaglie e barbabietola, mangiato con Psycho Killer in sottofondo. Quando si dice un abbinamento azzeccato 🙂 Poi degli ottimi tortellini anguilla e finocchio e un piccione e carciofo niente male. Molto intrigante caffè e frutti rossi. In definitiva, scendiamo dal nostro sgabello soddisfatti, anche se la risposta alla domanda è no. No, non rinuncerei a mangiare a un tavolo vero in cambio dello show cooking. E mi piace condividere le esperienze con chi decido io 🙂 Riconosco però che se mi trovassi a mangiare da sola, questa formula di ristorazione sarebbe giusta. Sarebbe perfetta anche nel caso si dovesse portare a cena fuori persone che non si conoscono tra loro, oppure persone che non si sopportano. Divieto assoluto se volete sedurre qualcuno, capace che viene sedotto dal vicino di sgabello!

 

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Il sole anche se fuori piove

Mangiare con il sole nei piatti, anche se fuori il tempo è brutto. Succede all’Osteria Siciliana di Nino Graziano a Roma, a via del Leoncino 28. Un delizioso locale intimo e raccolto (la sensazione è quella di entrare in un appartamento privato), dominato dal bianco e dai toni pastello, con boiserie e ceramiche di Caltagirone, dove si viene accolti con calore, empatia e molto stile da Sabine Bour. La cucina è calda e sensuale come ci si aspetta quando si pensa alla Sicilia, con alcuni piatti molto legati alla tradizione, anche se lievi, come le deliziose polpette di sarde con menta e pinoli, e altri piatti meno filologici, tuttavia radicati al territorio. Ottimi i calamaretti spadellati con carciofi e sale grosso di Mothia, squisiti gli spaghetti con teste e code di gamberoni rossi di Mazara.

Memorabile la minestra di gamberi con pasta spezzata, il piatto del giorno, che ci ha riconciliato con le intemperanze del meteo, ridandoci il sorriso 🙂 Buoni buoni anche i dolci: le fragole e fragoline di bosco all’olio di oliva vanigliato con gelato al basilico e le pere allo zafferano con gelato allo zenzero e salsa al cioccolato. Le buone vibrazioni che avevamo sentito all’ingresso aumentano alla fine del pranzo e permangono a lungo. Un antidoto potente a queste giornate meteoropatiche!

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