Yugoooooooooooooo

Lo confesso. Questa è una dichiarazione. Un vero colpo di fulmine per Yugo ristorante nonché cocktail bar al pianterreno del Roma Luxus Hotel. Siamo a Monti, in una Roma straordinaria, tra il Quirinale, i mercati di Traiano e i Fori, a contatto con un passato aureo, in un locale dal look ultramoderno dove si respira un’autentica atmosfera internazionale. Impossibile non venire conquistati dal design stiloso ma elegante nei toni del nero e dell’oro, dal servizio performante e dal piglio delle tostissime amazzoni della sala , dai cocktail d’autore (questa è davvero cucina liquida!), dall’evocativo menu creato da Anthony Genovese, ispirato alle molteplici cucine d’oriente. Una fusion geniale di tecniche e ingredienti che stimola i sensi e fa divertire. Non perdete i maki di pescato con sesamo e gel di limone, perfetti in abbinamento con un Winter’s coming e/o un Clemente cocktail.

Si prosegue con i bun al vapore con granchio croccante e salsa agrodolce: folgoranti! Golosissimi i dim con maiale, funghi misti, gamberi e teriyaki, ottimo il pollo, pack choi e arachidi, semplicemente delizioso il polpo laccato agli agrumi, patate, vaniglia e ‘nduja. E, a proposito di cocktail, abbiamo bissato con un Marguerite, servito con una fiala da “rabocco” immersa nel ghiaccio (chapeau!) e un “M” alla seconda.

Strepitose, anzi esplosive, le spuntature di maiale riso thai e tamarindo. Indimenticabili. Ci siamo lasciati un po’ di spazio per il dolce: crema bruciata al tè verde con gelato al pepe giapponese e zuppa di mandarino all’anice, crumble e spuma di caffè, deliziosi. Si va via con la voglia di tornare prima possibile, consapevoli che sono davvero pochi i locali dove si mangia e si beve così bene, peraltro offrendo la possibilità di assaggiare due menu degustazione a 40 e 60 euro con drink abbinati inclusi, nonché provare più piatti, visto che ci sono anche le mezze porzioni. Insomma, una grande libertà di movimento (c’è anche vino per chi proprio non riesce a farne a meno) che rende gioiosi, giocosi e leggeri.

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Crudo, ma non troppo

Crudista io? Impossibile. Chi mi conosce sa che non potrebbe mai accadere. Però sono una grande sostenitrice degli ingredienti freschi e delle cotture al vapore. E così ho deciso di provare Fiore crudo & vapore, un ristorante di cucina crudista ma fino a un certo punto. Già, perché, accanto alle proposte crudiste e vegane, c’è anche un capitolo dedicato ai piatti tradizionali e persino una selezione di salumi e formaggi… insomma, niente oltranzismi, qui si cerca di accontentare il cliente nei suoi poliedrici gusti e con i suoi multiformi e variegati accompagnatori. E ci si riesce.

Divertente, nonché gustosa, la parte crudista del pranzo: una tartare di avocado con ravanelli, uvetta e cracker di mandorla e i maki roll di verdure con zenzero sottaceto e funghi, belli e buoni. Il locale è spazioso e luminoso, anche se il look è eccessivamente essenziale, ai limiti dell’asetticità, diciamolo. Ed è inspiegabile la scelta delle tovagliette di carta! Però il cosciotto di pollo ruspante alle erbe con salsa alla cacciatora e insalata di puntarelle e patate (dalla sezione “cucina tradizionale”) riesce a distogliere l’attenzione dalle tovagliette. Delizioso il mio paniere al vapore, il Goloso: caldofreddo di “tonno di coniglio” con patate, finocchi, cavolfiore, con salsa verde e maionese light. Infine, inaspettatamente e sorprendentemente buoni i dolci, per cui non nutrivo molte speranze, golosa come sono 🙂 Invece mi sono dovuta ricredere, perché la dacquoise di nocciole con cremoso al cocco, pere speziate e salsa mou era molto godibile, così come il crudista semifreddo al cacao crudo con granella di pistacchi e salsa ai mirtilli rossi.

p.s. sappiate che oltre ai centrifugati, agli estratti, alle tisane e ai tè, c’è anche una soddisfacente carta dei vini 😉

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Konichiwa!

Non lasciatevi ingannare, non sono in Giappone, sono a Roma, anche se non sembra, ammettiamolo. Sono da Sushisen, un tuffo in Giappone a un passo dalla Piramide Cestia.  E, se decidete di andare all’ultimo momento, come amo fare io, allora preparatevi psicologicamente all’attesa, e soprattutto, a mangiare al kaiten zushi, il bancone con il nastro trasportatore, dove sfilano i piattini di sushi, sahimi e altre specialità jap. So che alcuni di voi ne andranno pazzi, ma a me non piace molto, perché sono una donna viziata che ama essere servita al tavolo (e non solo). Comunque ce l’ho fatta anch’io a mangiare al kaiten, anche se ho ordinato diversi piatti alla cucina 🙂 Una volta stabilite le regole del gioco, quello che conta è che il gioco sia davvero divertente e qui lo è! Vi consiglio di provare gli spiedini di salmone in salsa teriyaki, golosissimi, ma soprattutto il tonno scottato “tataki” con avocado e salsa tipica di Okinawa, un’esplosione di gusti contrastanti e stimolanti, che persiste a lungo.

Semplicemente deliziosi i gyoza, i ravioli ripieni di carne e verdura, ottimi i filetti di maiale in salsa di zenzero shoga. Non siamo riusciti a non assaggiare la tempura udon, la zuppa con la pasta e la tempura di gamberi, e abbiamo fatto bene, perché era squisita. Certo, qualche problema se si è almeno in due al kaiten, c’è, perché è difficile guardarsi negli occhi e finisci sempre per guardare quelli che ti sono di fronte. E non sempre vorresti. Quindi trincerarsi dietro un bel bicchiere di birra può tornare utile per neutralizzare sguardi imbarazzanti e imbarazzati, oltre che per ritenere l’apporto alcolico responsabile del giramento di testa, in realtà provocato dal prolungato nonché reiterato vorticare dei piattini sul bancone 🙂

Ultimo consiglio: non saltate il dolce! Davvero molto buono il tiramisù fatto con il tè Matcha al posto del caffè. Jap al 100% lo yukimi daifuku, la sfoglia di riso, dalla sorprendente consistenza molle, ripiena di gelato: da mangiare con le mani!

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Bella Madre!

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Ammetto che un buon cocktail, e vi assicuro che il mio lo era, ha di sicuro la capacità di predispormi al meglio rispetto a quello che verrà. E naturalmente così è stato. Però io da Madre mi sono divertita: ho mangiato bene in un’atmosfera gioiosa e vacanziera, che mi ha fatto dimenticare dove fossi, e sono rimasta anche piacevolmente sorpresa dallo spirito di iniziativa del cameriere! Il posto è bellissimo: un giardino-salotto dall’allure coloniale in un ex convento rinascimentale che ospita un hotel di lusso, tra il Quirinale, i mercati di Traiano e i Fori. Davvero super!

L’artefice della cucina è Riccardo Di Giacinto, che abbiamo l’impressione si sia divertito nel concepire il menu e i piatti, e anche se il trinomio “pizza, ceviche, spiriti” che appare nel logo del locale e come sottotitolo del menu, in prima battuta desta qualche perplessità, alla fine sembra convincente. Non sono una fan della pizza, però questo è decisamente il suo momento, d’altra parte è anche il cibo giusto per la condivisione e per placare la fame. Gustosi i “gambas al ajillo” e il maritozzo con burrata e acciughe. Molto stimolante il ceviche di gamberi, specie se abbinato all’ottimo cocktail “Encuentro de especias”, rum infuso al chai tea, campari, citrus mix, sciroppo di zenzero e bitter mix, che a differenza di quello che avviene in quasi tutti i locali cittadini, mi è stato servito, pur essendo ora di pranzo (super bonus!). Molto buono il pinchos de cordero (spiedino di agnello con yogurt, cetriolo e menta) e la focaccia con la salsa alioli 🙂 Infine i dolci, davvero notevoli: il Terramisù, con crema al mascarpone, terra di cacao, tuberi, messo in un vaso e la crema catalana con la frutta esotica. Genio assoluto il cameriere che ci ha serviti: alla fine del pranzo mi ha portato il barattolo con le caramelle (orsetti gommosi, meringhette e serpenti gommosi di caramella), riconoscendo la bambina che è in me. Impossibile resistere agli orsetti gommosi!

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Bistrot proustiano

Innegabile l’appeal degli svariati bistrot romani che ammiccano agli originali francesi per noi avventori filofrancesi. Ed è vero che, se pur sempre di copie si tratta, certe copie vengono meglio di altre… Madeleine è proprio un bel bistrot non c’è che dire e l’atmosfera e il décor sono seducenti. La scenografia è ineccepibile: ogni particolare è studiato con cura estrema. Anche il servizio è curato, a parte l’eccessivo indugiare di una cameriera sulla propria capigliatura o il rivolgersi agli ospiti con un volume della voce decisamente alto di un’altra cameriera (non ci si può mai dimenticare di essere a Roma!); il sommelier invece guadagna punti, in quanto competente, nonché attraente, insomma non stonerebbe in un locale parigino. Veniamo al menu, che è studiato e calibrato per il pubblico romano: c’è il Jamon iberico, ci sono i formaggi francesi, eppure non mancano le mezze maniche all’amatriciana. Insomma un autentico menu piacione. Da cui scegliamo il cappuccino Madeleine, con patate, uovo poché, carciofi croccanti e madeleine al chorizo. Goloso e divertente, peccato solo che i carciofi non avessero la croccantezza annunciata e attesa.

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Mentre sono intenta a tuffare la madeleine al chorizo nel “cappuccino” incontro lo sguardo malinconico di Marcel Proust che ci guarda da un quadro appeso a una parete. Chissà come la prenderebbe se sapesse che qualcuno ha dedicato un locale alla madeleine, quindi alla Recherche, di conseguenza alla memoria involontaria. Ne sarebbe contento?

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Mentre mi interrogo sull’annoso quesito mi riesce più facile sorvolare sulla totale assenza di sale nei miei spaghetti con i gamberi rossi. Di sicuro la mia pressione è in una botte di ferro 🙂 E’ andata molto meglio al mio commensale con il filetto di manzo con funghi porcini e castagne, anche se aveva ordinato l’agnello! Però il filetto è davvero buono e del resto, non tutti i mali vengono per nuocere…

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La pasticceria qui ha un suo spazio speciale. C’è l’angolo dei dolci al bancone con i macaron e le madeleine in bella vista e poi c’è un menu di dolci al piatto. Come il morbido fondente al caramello salato con gelato allo zabaione, tecnicamente perfetto, ma senza wow e il biscuit al cioccolato con pralinato croccante alla nocciola, mousse alla vaniglia e gelée di frutto della passione, a dire il vero, più bello a leggersi che buono a mangiarsi. Forse avremmo dovuto scegliere le madeleine 🙂 E comunque, in definitiva, al netto delle suddette imprecisioni culinarie, viene voglia di tornare.

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Benvenuti a RomAsia!

Le Asiatique, largo della Fontanella di Borghese 86/a, 300 metri quadrati dedicati alla bellezza e alla fascinazione dell’Oriente nel cuore di Roma. Una fusione di anime, di stili e di culture che conquista. Di sicuro il locale più interessante della stagione, se non dell’anno, in questa città tanto desiderosa di emozioni. Appena entrati, si viene attratti dal bar con il bancone circolare che attira come una calamita verso il viaggio. Si parte con i cocktail, come il Kill Bubble, coloratissimo e molto fresco e il Purosangue Mule: shochu, succo di lime e ginger beer, perfetto con sashimi e ceviche di ricciola.

Ci si allontana a fatica dal bancone, per addentrarsi nelle diverse stanze del locale, una serie di scatole cinesi, ognuna diversa dall’altra, ognuna con una sua atmosfera e una sua identità. A noi è capitata quella del kimono, intima e raccolta. La cucina, nelle mani di Daniel Cavuoto, giovane con tante esperienze all’estero degne di nota, come quella allo Sketch di Londra, propone piatti intriganti che mixano gli ingredienti e le preparazioni di oriente e occidente, come il carpaccio di salmone all’acqua d’Oriente con guacamole, purea di mango e nocciole, difficile da dimenticare. Molto gustoso il Gyoza di anatra e foie gras, ravioli alla piastra con fonduta di Parmigiano di 36 mesi. Infine, il mio preferito, il Black Code marinato al miso su crema di cavolfiore, un grande piatto.

La sensazione che si ha e che resta anche una volta lasciato il ristorante è che, malgrado l’aria un po’ euforica e a tratti surreale, tipica delle serate inaugurali, questo sia un posto concepito per far divertire il pubblico, che si venga per bere un cocktail, sorseggiare un saké o per partire per il viaggio completo in Oriente. Da non perdere.

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Effettivamente Brylla…

Per quelli di noi che rimpiangono i wine bar, un tempo a Roma categoria molto fortunata, oggi piuttosto in disgrazia in quanto completamente soppiantata dalle pizzerie e dalle birre (ma non siete stufi di mangiare pizza e bere birra?!?), dicevamo per gli amanti del vino di qualità, ecco una novità interessante: Brylla un moderno wine bar a via Chiana, dove si può bere anche solo un bicchiere, persino un calice di Chateau Cheval Blanc, o uno di Chateau Lafite Rothschild, tanto per capirci…oppure fermarsi a cena (ma è aperto anche a pranzo!).

Insomma chi non vorrebbe avere a disposizione una carta dei vini con circa 200 etichette, tutte ma proprio tutte fruibili al bicchiere? Un’opportunità più unica che rara, almeno qui a Roma, resa possibile dal sistema di mescita Coravin, un marchingegno da nerd, che consente di versare il vino senza dover stappare la bottiglia: un ago entra nel tappo e viene spillato il vino insufflando argon, un gas inerte che si sostituisce al contenuto impedendo all’aria di entrare. Geniale, no? Potete scegliere il vino che vi pare in dosi crescenti 🙂 dal mezzo bicchiere al bicchiere alla mezza bottiglia fino alla bottiglia intera, anche se naturalmente la figata qui è assaggiare quei vini che non si aprono mai. Da mangiare, oltre a salumi, formaggi, sottoli e scatolette, ci sono anche piatti cucinati, alcuni validi, come la pluma di maiale iberico, altri meno, come il midollo alla brace. Ma qui il protagonista assoluto è il vino, ça va sans dire 😉

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