L’altra Fregene

Fregene. Non siamo sul mare, ma in una piazzetta moderna in un comprensorio residenziale a ridosso della pineta. Handmade è un locale informale e un po’ autarchico che ha un suo fascino proprio perché è inusuale, abituati come siamo a trovare sempre ristoranti dal design contemporaneo concepiti da architetti più o meno famosi. Qui non è così: non c’è la mano dell’architetto, questi ragazzi hanno fatto tutto da soli e non stiamo parlando soltanto dei piatti 🙂 L’interno è arredato con tavoli e sedie d’antan tutti diversi, -a dire il vero l’effetto è un po’ confusionario e ci sono tavoli adatti a più persone utilizzati per delle coppie- però la volontà di non omologazione è da premiare. Dalla cucina poi escono piatti ben concepiti e molto gustosi, come lo sgombro laccato con pata negra, foie gras e zabaione salato, davvero notevole, oppure le trippe di baccalà fritte, guacamole, ravanelli e crème fraiche. Buone le linguine con seppie, piselli novelli e pepe sancho, eccellenti i ravioli di ricotta affumicata, crudo di asparagi, spuma di fave, pecorino e mentuccia. Meno incisivo il baccalà con finocchi, olive nere e mandarino, mentre il rombo con pesto e Lily Rose (la patata rosa, non la figlia di Johnny Depp!) è semplicemente delizioso. Deliziosi anche i dessert e tutti i bocconi dolci che ci accompagnano fino alla fine. Si beve bene, e c’è anche una piccola proposta di vini naturali. Ottimo infine il rapporto prezzo/soddisfazione per un’esperienza davvero felice.

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Il meraviglioso mondo di Max

Ovvero il ristorante Satricum a Latina, o meglio, vicino Latina, più esattamente in quel pezzo di Agro Pontino a ridosso della città pre-romana di Satricum. Vi ritroverete davanti  a una sorta di “tempio zen”, il ristorante appunto, in un piazzale con parcheggio. Inusuale. Eppure l’effetto spaesamento continua anche una volta entrati. Design contemporaneo con richiami all’Oriente, proprio non sembra la campagna laziale, eppure il mare è a pochi chilometri: Anzio e Nettuno sono davvero vicine. Si viene accolti con grazia da Sonia Tomaselli, l’altra metà di Satricum, che vi guida con professionalità, stile e buonumore nel meraviglioso mondo di Max Cotilli, che propone tre diversi percorsi gustativi dedicati all’acqua, alla palude e alla terra: sono tutti evocativi, noi però scegliamo l’acqua. E restiamo incantati dalle creazioni di Cotilli che sembrano animate. Come “la campagna al mare”, dentice alla mentuccia con carpaccio di carciofi, e “l’orto marino”, ostrica Noblesse e ortaggi in osmosi: un “acquario” dove l’ostrica è circondata da alghe e verdure croccanti, con un gel protettivo a protezione della bolla. Un’esperienza sensoriale unica, sia per la bellezza della composizione sia per l’equilibrio gustativo: il dolce incontra il salino, il liquido il croccante e il gelatinoso. Si prosegue con il pesce castagna in crosta, con asparagi e Lapsang Souchong, con i lievi e gustosi “frascatelli” con ragù di orata e cime di rapa, infine l’uovo di pastiera, ricotta, cioccolato e frutto della passione. Si beve anche molto bene e il tempo scorre veloce. Aggiungiamo che il menu degustazione di 5 piatti è di 42 euro e quello di 8 piatti di 62 euro. Dire che mangiare da Satricum vale il viaggio mi sembra addirittura riduttivo. Direi invece che dovrebbe essere obbligatorio mangiare qui, anche per fare il paragone con ristoranti e pizzerie romani!

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Nizza mon amour

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Un weekend a Nizza per ritrovarsi o per perdersi definitivamente, fate voi. In questo momento della mia vita è la mia città ideale. La sua luce è incredibile: Matisse si era trasferito a Nizza proprio per la sua luce e anche io ci sto pensando. Il buonumore vi assale: l’Italia è lontanissima eppure a due passi. Camminare all’infinito per la Promenade des Anglais guardando un po’ il cielo, un po’ il mare e poi i palazzi… non desidero altro. Nizza è una sintesi geniale di grandeur francese e fascinazione mediterranea. Anche a tavola. Trovate la panissa e la socca, identica alla farinata ligure, la focaccia e la bouillabaisse…

Qui siamo al Comptoir du Marché, delizioso e vivacissimo bistrot nella città vecchia, l’ennesimo locale firmato Armand Crespo, artefice di più di un ristorante di successo, una garanzia assoluta. Ideale per un piatto e un bicchier di vino a pranzo, come ho fatto io con il mio rognon à la plancha, e poi foie gras a volontà 🙂 e per dessert una golosa Pavlova maison e un’insolita millefoglie.

Mentre la sera uno dei locali più branché di Nizza è Peixes, un’altra creatura di Crespo. Un posto incredibile: una sorta di bar con pochi tavoli, un bancone e un dehors dove va in scena una cucina di pesce di altissimo livello. Qui non si prenota: si arriva e ci si mette in fila oppure si torna il giorno dopo, come abbiamo fatto noi, perché vale davvero la pena aspettare. Oltre al menu, ci sono i piatti del giorno: come la tartare de gambas, la migliore della mia vita. E poi il pesce del giorno, un’orata con spuma di cocco, salsa Tom Yum e spaghetti di verdure: semplicemente deliziosa, e pesce San Pietro con puré di broccoli, molluschi e zeste di limone confit. Davvero antidepressivo, come dicono i critici di le Fooding. Da non perdere poi la Pavlova con chantilly al gorgonzola, pazzesca e la crème brulée alla banana. Si lascia il locale a malincuore per le belle vibrazioni provate, l’accoglienza sorridente, il servizio performante e gioioso, la cucina eccellente, il buon vino e l’ottimo rapporto qualità prezzo.

 

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Pennestrizzata

Finalmente un locale moderno dove si trova una grande cucina romana reinterpretata secondo le esigenze del mangiare e del vivere contemporanei, senza però tradire le radici. Si tratta di Trattoria Pennestri, trattoria nella più nobile accezione, con un servizio e una cucina da ristorante, una buona cultura enologica e un’atmosfera accogliente e confortevole, con una colonna sonora ineccepibile: oltre alla scelta musicale azzeccata, abbiamo apprezzato i lacerti di conversazioni che spaziavano dal teatro all’egittologia (a quando una guida sulla clientela dei ristoranti?). Dal coté menu: la coratella con scorza di limone e ricotta salata con il suo gusto intenso e aromatico, le note fresche che sorprendono e stemperano le note selvatiche della coratella, mi ha letteralmente conquistata. Molto buono il bollito con la giardiniera di verdure e il rafano. Deliziosa la pasta e fagioli, ricca e golosa, con un piacevole sentore di affumicato. Un’esperienza tra il catartico e il mistico mangiare i rigatoni con la pajata, peraltro strepitosa, mentre Edith Piaf canta Je ne regrette rien. Abbiamo concluso il pranzo con il fegato di maiale in rete con cicoria e cachi. Senza dolce. Tanto torneremo presto.

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Piccolo é bello e buono

 

Certi posti ti conquistano, contro ogni previsione e senza una ragione precisa. Barred è uno di questi. Non è di certo un ristorante, né un bistrot, piuttosto una sorta di bar con cucina: piccolo, disadorno, spartano, eppure non privo di charme. Merito forse dello smagliante sorriso con cui si viene accolti da uno dei due fratelli Palucci (uno, quello dello smagliante sorriso, si occupa della sala, l’altro sta in cucina), dell’atmosfera, un mix molto riuscito di autenticità romana e allure internazionale, dell’informalità garbata, sicuramente della proposta gastronomica che ci ha definitivamente sedotti. Una cucina fatta di materie prime di grande qualità, trattate con sapienza, con piatti apparentemente semplici, con pochi ingredienti, ricchi di sapore e un abile utilizzo delle verdure. Il menu è corto ed è prevista la possibilità di scegliere un percorso di degustazione articolato in “tapas”, in realtà dei piatti veri e propri, giusto un po’ ridotti per dimensioni. Noi abbiamo scelto le 5 “tapas” a 35 euro (!), nello specifico: il goloso hummus di ceci con nocciole e scarola, il delizioso ciauscolo con zucca e cicoria selvatica, e poi i tre primi piatti in menu, i maltagliati con stracotto di vitello e provola affumicata (eccezionali), gli agnolotti con pollo alla cacciatora, olive e rosmarino, e gli ottimi gnocchetti di patate con salsiccia, zafferano e semi di papavero. Buonissimi anche i dolci e molto interessante la proposta enologica, con una ricerca esperta e appassionata di vini naturali. Anche se via Cesena non dovesse essere sotto casa non lasciatevelo scappare!

 

 

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Acc come Acciuga

Stavolta non voglio soprassedere. Voglio parlarvi dello strano effetto in me prodotto alla prova dei fatti, cioè dopo aver mangiato in un ristorante, per l’esattezza da Acciuga dopo averne letto a profusione su svariati blog/siti/giornalionline/chiamatelicomevipare, diversissimi fra loro eppure tutti concordi nel tessere le lodi del ristorante di cui sopra e del rispettivo chef proprietario Federico Delmonte. Invece a me è successo proprio di restare delusa dall’esperienza fatta. Il bellissimo design del tale architetto mi è sembrato siderale e freddo era anche l’ambiente nel senso che era proprio non riscaldato. Il fatto di trovare il ristorante praticamente vuoto di sabato a pranzo mi ha lasciato perplessa. E peraltro, la domanda sorge spontanea: essendo vuoti (solo due tavoli da due, più un cane non mangiante) perché non offrire un servizio più performante e meno stentato? La stessa domanda potrebbe valere anche per la cucina. Abbiamo optato per un menu a 45 euro dove si possono scegliere antipasto, primo, secondo e dolce.

 

E così abbiamo iniziato con la polenta con il sugo di pesce e parmigiano, più che un antipasto un piatto unico, eccessivamente abbondante e dal gusto poco centrato, poi mazzancolle su letto di patate, buone le mazzancolle, meno la salsa che non aggiungeva niente al piatto. Abbiamo proseguito con i passatelli con sugo di murici (lumache di mare): il sugo ci è piaciuto, perplessità invece sull’uso dei passatelli con quel sugo, chissà come sarebbe stato con degli spaghetti al dente? Buono il baccalà al bbq così come le sarde a scottadito, servite in modo esageratamente spartano. Delusione totale per i dolci: un cremino al limone, genziana, liquirizia e aceto balsamico, un tripudio di amarezza, ma cosa abbiamo fatto di male? Ma non eravamo al dolce? E poi una crema al caffè così così. Insomma un pranzo piuttosto deludente se si considerano le alte aspettative generate dalle lodi di cui sopra, con qualche buon risultato, buone materie prime certo, ma la sensazione è che non ci sia un progetto di ristorazione definito e che più di un piatto sia da mettere a punto. Peccato.

 

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Io, il Marchese e la carbonara

Un po’ osteria, un po’ amaro bar, nel senso di cocktail bar specializzato negli amari con una carta che annovera più di 500 etichette, tutte italiane, il Marchese è un locale molto divertente, dove si beve e si mangia bene. Elegante e d’atmosfera la sera, dove ci siamo fermati per un drink al bancone a sorseggiare un Olympia, delizioso cocktail che richiama l’amante francese del Marchese del Grillo (Il Marchese del nome evoca proprio quel marchese lì), luminoso e goloso di giorno, dove ci siamo fermati a mangiare i piatti dedicati alla tradizione romana, preferendo sederci nel lato “nobile”, tra velluti e boiserie, anziché nel lato osteria. E abbiamo fatto bene, perché il contrasto tra l’allure parigina del design e la veracità tutta romana del menu funziona. Così abbiamo fatto la scarpetta nei sughi di amatriciana, carbonara e di coda, abbiamo provato la carbonara del Marchese, eccellente, i ravioli ripieni di coda alla vaccinara con sugo di coda, ultrabuoni, e il succulento pollo con i peperoni. E siamo rimasti contenti. Il servizio è sorridente e volenteroso, con qualche lentezza a tratti, ma niente di grave. Il posto è molto bello e la posizione strategica, siamo a via di Ripetta, almeno per noi sempre inclini a preferire il centro storico a Pigneto o a Pietralata. Siamo fatti così: indolenti e amanti del bello, proprio come il marchese 😉

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